mercoledì 21 gennaio 2009


Fonte: Repubblica.it


Il nuovo Dracula è politically correct 

«Tu sei come me», dice il vampiro dodicenne al coetaneo umano che ha appena scoperto la sua natura. È vero: se potesse, il bambino Oskar ucciderebbe i bulli che lo picchiano e lo insultano. Ma vive nel mondo degli uomini e deve sottostare alle sue regole: per questo si limita ad accoltellare un albero, fingendo che si tratti del suo persecutore. Il vampiro Eli non ha costrizioni e può uccidere, ma soltanto per continuare a vivere. Questo è il momento rivelatore di Lasciami entrare, uno dei migliori film sui vampiri degli ultimi tempi, tratto da un romanzo che affronta con oscura delicatezza il tema dei ritornanti. Film (di Tomas Alfredson) e libro (di John Ajvide Lindqvist) sono entrambi svedesi e prediligono al colpo di scena e agli effetti speciali la normalità di un'amicizia fra disperati. Senza redenzione finale: Eli è e resta un predatore, e anche quando gioca con un cubo di Rubik le sue unghie sono incrostate di sangue. La feroce malinconia della storia ha avuto riscontri più che positivi: il film, da pochi giorni nelle sale italiane, ha collezionato premi su premi, e un remake americano a firma di Matt Reeves è già in lavorazione. Il libro, pubblicato in Italia da Marsilio e uscito nel 2004 in Svezia, ha elevato allo status di autore di best-seller un ex-prestigiatore ed ex-cabarettista di Stoccolma. Il merito di Lidqvist, però, non è soltanto quello di aver portato agli onori delle classifiche l'horror svedese («L'horror non è poco comune nel mio paese,» ha dichiarato lo scrittore alla rivista Horror Magazine, «non esiste proprio. Anche se io ho avuto tanto successo coi miei libri, continua a non esserci nessun altro romanziere dell'orrore, in Svezia»). Soprattutto, Lindqvist ha restituito dignità, valore simbolico e potenza mitica alla figura stessa del vampiro. Mai così diffusa, soprattutto in Italia.
Mai così tradita. 
La parola 'vampiro', nei tempi recenti, si associa infatti a una fisionomia ben precisa: ha i capelli color bronzo, lo sguardo ardente e le buone maniere di Edward Cullen, principe più adatto al castello di Biancaneve che a quello di Dracula. La tetralogia di Twilight, di cui è protagonista, creata da Stephenie Meyer, è da mesi in testa alle classifiche dei libri più venduti, complice l'uscita del film tratto dal primo volume e il quasi contemporaneo arrivo in libreria dell'ultimo capitolo della saga, Breaking Dawn. Cullen beve solo sangue animale e rispetta gli umani: qualcosa di inedito, e forse di profondamente sbagliato, nella letteratura fantastica. 
Come notavano anni fa nel saggio Le vampire i due studiosi Arianna Conti e Franco Pezzini, i vampiri sono, sempre, sintomo di ribellione a-ideologica al conformismo. Cullen incarna l'esatto contrario. Invece di essere portatore di una non-morale, ne ripristina una. Invece di spezzare le norme comunitarie, se ne fa portatore: è integrato nella società umana, impone il matrimonio alla sua amata Bella, rimandando il contatto sessuale a dopo le nozze, non intende farne una sua simile mordendola. E, non casualmente, il sole, indispensabile agli umani e fatale per i non-morti, non lo uccide, ma lo fa brillare come un gioiello. 
Il modello Cullen si estende a non pochi dei numerosissimi libri sui vampiri usciti in questi ultimi tempi. Newton Compton ha mandato in stampa due dei quattro volumi de Il diario del vampiro, di Lisa J. Smith, autrice specializzata in romanzi per giovani adulti e vampiri innamorati. La casa editrice ReNoir pubblica un'accoppiata romanzo più serie manga che si chiama Vampire Kisses, di Ellen Schreiber, dove si narra la storia d'amore fra una goth-girl di nero vestita e il bel ritornante Sterling. Ovunque ci si imbatte in modelli più o meno estremi di inserimento dei vampiri nella società degli uomini, con la perdita della loro parte aliena. Avviene in manga come Vampire Knight e nell'acclamatissimo serial televisivo True Blood, nato dai romanzi di Charlaine Harris e in arrivo su Fox Italia a marzo. Dunque, quel che predomina è un sovrannaturale addomesticato, che si rende identico al naturale. Mentre la dimensione 'altra' del mondo dovrebbe, per parafrasare Stephen King, colare a poco a poco nella nostra, come liquido dal fondo di un sacchetto di carta. Contaminandola. Questa, per King, è la paura. Che è anche la parola chiave del nostro tempo: e forse è proprio l'accresciuto timore verso quel che ci è estraneo a spingere gli scrittori ad ammorbidire la figura mitica più spaventosa dell'immaginario. I vampiri sono morti che tornano. Sono, dunque, incarnazione di una tremenda anomalia sociale. Peggio: la estendono attraverso il contagio, rendendoci contemporaneamente vittime e colpevoli, come raccontò in modo esemplare Abel Ferrara in un film di oltre dieci anni fa, The Addiction, dove il vampirismo si diffonde rabbiosamente col morso di una studentessa (una versione più morbida dello stessa tema è in un altro romanzo pubblicato recentemente da Fazi, VampIRUS di Scott Westerfeld). Di contagio (il male subìto porta a commetterne altro) parla anche il semiologo Renato Giovannoli in un saggio pubblicato da Medusa, Il caso Manzoni-Dracula e altri casi di vampirismo letterario. E di contagio parla Lindqvist: ne fa, anzi, uno dei punti di forza di Lasciami entrare. Eli diffonde il male, anche se suo malgrado. Contagia il suo ex-protettore umano, un pedofilo ossessionato dal desiderio di possederla, al punto di non trovare requie neanche dopo la non-morte. Contagia Virginia, una donna alcoolista, che respinge il suo nuovo status e cerca volontariamente la fine esponendosi alla luce (il sole, qui, consuma la pelle dei vampiri come acido). Non contagia Oskar: non fisicamente, almeno, anche se una delle pagine più belle del romanzo è dedicata al timore del bambino di essere diventato un vampiro (o di essere un omosessuale, quando scopre che Eli non è esattamente una femmina). L'influenza di Eli è semmai mentale: perché, dopo averla incontrata, Oskar troverà il coraggio di reagire, anche con la violenza, ai suoi aguzzini. 
C'è una parola serba, ocajinik, che in tempi lontani indicava il morto che torna e che ora significa semplicemente 'infelice'. Il portatore di contagio fa paura ed ha paura, perché è solo. La solitudine unisce Eli e Oskar. La solitudine è quella che affligge gli zombi di un altro magnifico romanzo di Lindqvist uscito per Marsilio, L'estate dei morti viventi. La solitudine condanna coloro che si allontanano dal contesto sociale, come dimostra Gianfranco Manfredi in un altro romanzo sul tema, Ho freddo, uscito per Gargoyle, dove l'autore risale alle origini storiche del vampirismo dimostrando come la rabbia e la paura degli umani producano catastrofi peggiori di un paio di canini aguzzi. 
Negli indifferenti anni Ottanta in cui è ambientata la storia di Lindqvist, esseri umani picchiano, sniffano, bevono, insidiano bambini. Eppure, è Eli la loro paura. Perché non appartiene all'umanità, non ha un sesso, non ha dimora. Poco conta che sia capace di provare tenerezza davanti a un giocattolo e di lasciare messaggi d'amore a Oskar usando i dialoghi di Romeo e Giulietta. Infatti, non sarà lei a integrarsi: sarà Oskar a trasgredire ogni possibile norma pur di restarle vicino, allontanandosi per sempre dalla comunità. 
I docili vampiri di Stephenie Meyer, al contrario, cercano con ogni mezzo di adeguarsi al mondo umano: facendo propri gli aspetti superflui del medesimo, come le automobili lussuose e le carte di credito da donare alla fidanzata. 
Ma l'horror, dice Lindqvist, non deve rassicurare, bensì mostrare «le cose in agguato degli angoli bui. Del mondo. Della mente». Per questo, forse, la fila di quattordicenni, alla fine di Lasciami entrare, borbottava uscendo: «Che peccato, il film era un'altra cosa rispetto a Twilight». 

Loredana Lipperini


A primo impatto mi sono detto: "Che schifo". Una tipa arriva dall'America e scrive di vampiri ricchi, gentili e teneroni, creando altrove altri fenomeni simili e scatenando l'isteria dei teen-agers. È a questo che si è arrivati, horror studiato ad hoc per i ragazzini?
Poi mi sono detto che non tutti i teen-agers sono stupidi, che progredendo nelle proprie letture comprenderanno quanto un tale snaturamento dell'immaginario sia cosa dannosa e idiota. E di quanto il signor Lindqvist abbia fatto.
A voi la parola.

9 commenti:

Alfonso ha detto...

Sai che non sono sicuro di aver capito il tuo commento ?Sei "contro" la Meyer e a "favore" di Lindqvist... o il contrario ?Io sono Goku su Anobii ... :)

Marco ha detto...

Ehi, ciao!Hai azzeccato; personalmente, sono d'accordo con l'autrice dell'articolo. Senza nulla togliere alla Meyer, che magari scrive benissimo, il concetto 'vampiro-liceale-fa-coccole-alla-fidanzata' è... raggelante.

Alfonso ha detto...

Guarda io li ho letti entrambi.Il libro di Lindqvist e' incentrato fra l'amicizia fra il piccolo vampiro Eli e un ragazzetto, Oskar, vittima dei compagni bulli.In questo libro, nonostante ci sia questo sentimento di amicizia da parte di Eli, rimane quella che e' la sua natura: un vampiro che uccide per continuare a vivere.Il libro della Meyer e' incentrato sul rapporto fra la protagonista, Bella e il bello e dannato della scuola di cui si e' invaghita.In questo caso il termine dannato sarebbe calzante anche se poi non si capisce esattamente quale sia la dannazione di questi vampiri che sono velocissimi, fortissimi,non dormono, non muoiono se non fatti a pezzi e bruciati, al sole invece di bruciare sberluccicano come un catarifrangente, e in piu' a oltre hanno poteri boni come la chiaroveggenza, la lettura del pensiero e chi piu' ne ha piu' ne metta.Gli unici fastidi sono il doversi far notare il meno possibile (perche' la luce del sole farebbe scoprire la loro diversita') e il dover "resistere" alla fame (cosa che pare semplice visto che nesuno della famiglia ha attaccato qualcuno).Secondo me il "problema" non e' lo snaturamente della figura vampirica, ci puo' stare se nell'immaginario dell'autrice i vampiri sono cosi, ma il fatto che tutto questo sia stato creato ad HOC perche' il personaggio entri nell'immaginario femminile come il ragazzo perfetto, il principe azzurro che "ogni ragazza" vorrebbe avere accanto a se.Ci si chiede a questo punto: come mai altri libri simili a questo (amore fra vampiro e umano) non hanno avuto lo stesso successo anche se scritti prima o contemporaneamente a Twilight? (Vedi la serie "Il patto del vampiro" [1991] di Lisa J. Smith o la serie "La confraternita del pugnale nero" [2005] di J.R. Ward, "Vampire kisses" [2003] di Ellen Schreiber libri che ora stranamente spuntano nelle librerie).Quel che poi mi scoccia e' quando la gente magari se ne esce dicendo che quel libro o film sfruttano la fama del "capolavoro" Twilight quando in realta' sono e' il contrario, o quando tra un po' usciranno tante di quelle porcherie solo per sfruttare il successo della Meyer.Finisco dicendo che sono d'accordo con te dicendo che non tutti i teen-agers sono stupidi. Purtroppo temo che questo "non tutti" sia un numero molto limitato... :)

Marco ha detto...

Triste verità! Hai afferrato perfettamente quel che intendevo. I vampiri della Meyer (di cui naturalmente dovrò leggere i romanzi, per poter dare un'opinione migliore) sembrano... scemi. Come si spiega bene in questo articolo, un vampiro è un individuo che risorge dalla morte: un'anomalia sconvolgente! Non può – oserei dire non deve – gironzolare sotto il sole 'perché sì' oppure resistere all'unico richiamo che gli consente di "vivere", vale a dire quello del sangue, umano o animale che sia. È questo che non va nella Meyer e conseguenti cloni. Il vampiro è terribile, sconosciuto, pericoloso, mortale. Quasi non sembra giusto che abbia una collezione di diplomi o che sia gentile e coccoloso. È un po' ciò che si rimprovera alla Troisi, quando le si dice che i suoi draghi si comportano come gatti domestici, o i suoi gnomi come nani.

Alfonso ha detto...

Guarda ribadisco che per me una cosa del genere puo' anche andar bene se pensata in un determinato contesto.Se il tuo obiettivo e di tirare fuori una storia abbastanza originale puoi "stravolgere" fino ad un certo punto dei "dogmi".Ho letto diversi romanzi sui vampiri in cui si tralasciava qualche abitudine, si modificavano delle loro peculiarita', ma solitamente nel libro il vampiro di turno spiega che quel che si dice in giro e' solo una superstizione.Un bel ciclo e' quello di Chelsea Yarbro sul conte di Saint Germain (a mio avviso) non e' esattamente il classico vampiro, pero' e' in qualche modo credibile. Alla fine quelli della Yarbro sono una sorta di romanzi storici in cui la figura del vampiro e' un espediente per poter far vivere al protagonista diverse epoche. E' una figura, sicuramente un po' diversa dai normali vampiri che pero non stona nel romanzo e tutto sommato diventa accettabile e rende la saga godibile.Il libro della Meyer e', secondo me poco interessante: dopo le prime 200 pagine noiose o quasi con qualche minimo accenno a "un mistero", inizia ad essere un po' piu' interessante con la storia dei vampiri e le origini. Ma e' solo una breve illusione dopo circa 50 pagine la signora Meyer si e' probabilmente accorta che il libro e' diventanto insostenibilmente lungo e decide di terminarlo in fretta. Unico pregio, o meglio unico non non-difetto e' il fatto che la sua scrittura e' abbastanza semplice e scorrevole e in qualche momento riesce a trasportarti minimamente. Io spero che i prossimi siano un po' meglio...Per quanto riguarda la Troisi, beh che dire, non mi piace affatto. Potrei quasi definire un genio letterario la Meyer al confronto :D

LucaCP ha detto...

Io sono rimasto raggelato dalla mancata citazione di Anne Rice. E' colei che ha reinventato il mito del vampiro, sepolto dai tempi di Stoker. Capisco che la sua visione della diversità sia molto bohemien e romantica, ma è una pietra miliare del gotico internazionale. Poi arriva una tipa come la Meyer - che io comunque ho letto e apprezzato, contestualizzandola a dovere però, senza erigere statue di sale a sua immagine e somiglianza - e spodesta la REGINA dal suo trono. Dico io, è possibile? Ho letto praticamente tutta la narrativa gotica edita in Italia (ad eccezione di Stephen King, che è un caso a parte) e quasi tutti gli scrittori scrivono sulla falsariga del vampiro bello e dannato. Tutti ad eccezione della Rice, che comunque ben spiega 'la marcia intimità', il disgusto di simili creature. Parlando di altri autori, tra cacciatrici e cacciatori vari - sempre di matrice Buffyana, cosa che sottolineerò fino alla morte - Lindqvist si distingue per originalità. Il suo romanzo d'esordio, il secondo non mi ispira tanto, è grottesco, brutale, violento, realista. Realista. Cosa che manca in Twilight, nel "diario del vampiro", ma anche nella letteratura gotica in genere. Andrew Dear, scusa il piccolo sfogo ma parlare di gotico senza citare Stoker e Rice è come parlare di Fantasy senza citare tu-sai-chi ma solo la Rowling. La Rowling non ha inventato quasi niente, ha solo rimescolato e ricontestualizzato elementi fantastici del passato. Fine.

Marco ha detto...

Credo che l'intento della signora Lipperini fosse un paragone tra le origini e il moderno. La Rice non è nessuno dei due, cronologicamente parlando.

Ilaria Jessica ha detto...

nn generalizziamo, ke nn tutte le twilighters sn sceme! io ho scovato quella serie quasi 2 anni fa (ergo nn l'ho letto xkè c'era il film ke nn è un grankè) e a me è piaciuto... io ho letto anke dracula d stoker e diversi libri delle cronache dei vampiri ke adoro ma nn si può fare il paragone perchè gli ultimi 2 sn gotici mentre twilight è un fantasy contemporaneo cioè un miscuglio di generi compreso quello da adolescenti.cmq marco t consiglio d provare a leggerli.

Marco ha detto...

Senz'altro, sono già in lista; li leggerò dopo 'Dracula'.

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